La lente dell’Istituto Nazionale di Statistica accende i riflettori, in previsione futura, sulla diminuzione della popolazione residente con effetti negativi sulla partecipazione al sistema scolastico ed al mercato del lavoro. Meno studenti di tutte le fasce d’età, calano gli occupati giovani e aumenta l’età media; le donne recuperano e c’è una prima risposta al divario di genere, comunque ancora importante e inaccettabile, grazie alla soluzione della laurea; restano intatti gli ostacoli di conciliazione famiglia lavoro, specie con bassi titoli di studio; istruzione e formazione fondamentali per lavoro, reddito ed occupazione qualificata, ma la spesa italiana in rapporto al Pil è ancora bassa.
Si contrae la popolazione residente in Italia: gli impatti su istruzione e lavoro
Come dichiarato dal presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, nella presentazione del Rapporto annuale 2023 a Palazzo Montecitorio, la sostanziale contrazione della popolazione residente in Italia, già in atto in questi anni e più accentuata nelle previsioni tra il 2021 ed il 2050 (-5 milioni) avrà inevitabili effetti sul sistema dell’istruzione e sul mercato del lavoro. Per quanto concerne l’impatto sul mondo dell’istruzione, nel 2041 è prevista una riduzione del 5,3% dei bambini in età tra 0 e 5 anni, di circa 20 punti nella fascia tra i 6 ed i 10 anni, ovvero nell’istruzione elementare, del 25% tra gli 11 ed i 18 anni e cioè per quanto concerne l’istruzione secondaria ed ancora del 20% circa tra i 19 ed i 24 anni, fascia che corrisponde all’istruzione universitaria.
Gli effetti sul mercato del lavoro vanno dall’aumento della età media degli occupati che nel 2022 si è attestato sui 43,6 anni rispetto ai 42 della popolazione totale al contributo di quasi la metà della crescita occupazionale tra il 2004 ed il 2022 da parte della classe dei sessantacinquenni e oltre. Cifra favorita anche dalla legge Fornero. Da sottolineare, inoltre, il rinnovarsi del gap territoriale, posto che nell’aumento degli occupati al milione e oltre in positivo del Centro Nord hanno corrisposto 300mila in negativo del Mezzogiorno.
Occupazione: calano i giovani, cresce l’età media
Guardando al tasso di occupazione si nota un notevole rallentamento della fascia giovane, con l’età compresa tra i 15 e i 34 anni che si attesta ad un -8,6% dal 2004 (43,7% nel 2022), mentre tra i 50 ed i 64enni si apprezza un aumento del 19,2% (61,5% nel 2022). Una prima risposta al divario di genere, che comunque resta importante con il 20% nel 2022, ma del 12,6% nella classe 15-34 anni, arriva dalla partecipazione femminile alla crescita della popolazione in attività tra i 15 ed i 64 anni ed eguale a 6 punti percentuali tra il 1993 ed il 2022: le donne aumentano del 56,5%, mentre gli uomini restano su un tasso quasi invariato del 74,7%. Il divario di genere resta sostanziale anche se confrontiamo il dato nazionale con l’UE a 27: 42,2% nel 2022 contro il 46,3%. Per bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro ci fanno compagnia solo Grecia e Malta. Se nel confronto con l’UE a 27 puntiamo la lente sul tasso di occupazione femminile rileviamo una distanza di 14 punti di svantaggio: 57,3% in Italia, 71,2% nell’UE. Distanza che si riduce però a 4,7 punti se analizziamo solo le laureate.
Lavoro, istruzione e impegni familiari
Il tasso di occupazione delle laureate di età tra i 25 ed i 64 anni è dell’80,2% contro il 36,3% delle donne che hanno conseguito al massimo la licenza media. più del doppio di quello delle donne con al massimo la licenza media (80,2 per cento contro 36,3 per cento). Nel Mezzogiorno, poi, il 70,3% di occupate sono laureate, mentre il 20,7% si sono fermate prima, in alcuni casi molto prima, della laurea. E si riduce anche il gap con il Centro Nord, poiché dal quasi -29% si passa al – 14,7% di donne occupate con laurea.
La partecipazione delle donne al mercato del lavoro è anche conseguente agli impegni familiari: nel 2022 il tasso di occupazione tra i 25 ed i 49 anni è dell’80,7% per le donne single, del 74,9% per chi vive in coppia senza figli e del 58,3% per le madri. Ma anche nel confronto tra madri e non il gap si riduce in caso di possesso di laurea: 70%. Laddove c’è una donna laureata cala anche il divario con coppie dove è solo l’uomo a percepire reddito: si passa dal 47,4% laddove la donna ha conseguito al massimo la licenza media al 9,6% se è laureata.
L’istruzione appare dunque una delle principali vie per la partecipazione al mercato del lavoro e per contrarre i divari di genere. Le donne in Italia sono mediamente più istruite degli uomini e si contraddistinguono inoltre per un minor tasso di abbandono scolastico.
Necessario migliorare la qualità dell’istruzione
L’Istat sottolinea, inoltre, come la prevista riduzione della popolazione residente in età di studio e di lavoro nei prossimi 20 anni e i conseguenti effetti sulla forza lavoro potranno essere contrastati con un aumento della partecipazione all’istruzione ed al mercato del lavoro ed in particolare con un incremento della qualità dell’istruzione e della formazione e dal suo orientamento verso i fabbisogni di competenze della società e del sistema produttivo.
I vantaggi dell’istruzione sono evidenti in tutte le analisi dell’Istat: i laureati i 25 ed i 64 anni hanno un tasso occupazionale superiore di 30 punti rispetto ai coetanei con la la sola licenza media, di 35 punti nel Mezzogiorno e di 44 tra le donne. Inoltre, i laureati percepiscono in media un reddito netto pari a circa 2,5 volte quello dei lavoratori con al più la licenza media (2,8 volte nell’UE a 27).
Nonostante quanto sopra, la spesa pubblica per istruzione in rapporto al Pil segna un minore impegno del nostro Paese rispetto alla media UE a 27, Francia, Spagna e Germania: 4,1% del Pil in Italia nel 2021, 4,8 la media europea, 5,2 in Francia, 4,6 in Spagna, 4,5 in Germania.
I neet
L’emisfero femminile cede qualcosa se si guarda al fenomeno dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, dove le ragazze sono al 20,5% e i ragazzi al 17,7%. In genere i neet sono più presenti nella fascia di età tra i 25 e i 29 anni, nel Mezzogiorno (uno su quattro) e tra gli stranieri (27,9%). Questi ultimi presentano un tasso (28,8) superiore a quello degli italiani 15-29enni di quasi 11 punti percentuali, e questa distanza raddoppia nel caso delle ragazze (37,9 contro 18,5%).
L’occupazione qualificata
L’occupazione qualificata (legislatori, imprenditori, alta dirigenza, professioni intellettuali e tecniche di elevata specializzazione) è cresciuta in Italia di meno di un punto, nel periodo 2011-2022, rispetto ai 4,7 dell’UE a 27. Siamo al 36% dell’intera Unione, mentre la Germania si attesta al 47 e la Francia al 49%. Nel 2022, le risorse umane in scienza e tecnologia (persone occupate in professioni qualificate o con un livello di istruzione terziaria) rappresentano il 37,4% in Italia, contro quasi il 50% della fascia tra i 25 e i 64 anni nell’UE a 27. L’incidenza varia da circa il 40% nel Nord Ovest e nel Centro al 30,5% nelle Isole. Raggiunge il 40,8% sotto i 35 anni ed il 34,5% tra i 55 ed i 64 anni.
Titoli di studio secondari e abbandoni precoci
Nonostante negli ultimi dieci anni sia cresciuta di 6 punti percentuali la quota di giovani tra 25 e 34 anni che hanno conseguito almeno un titolo di studio secondario superiore, raggiungendo il 78% nel 2022, essa rimane però ancora di 7,4 punti sotto la media europea (se si considera la classe 25-64 anni, il distacco arriva a 16,5 punti). Nell’ultimo decennio, la quota di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni che ha abbandonato precocemente gli studi rimane rilevante (11,5% nel 2022), ma il distacco dalla media UE a 27 si è ridotto notevolmente (da 4,7 punti percentuali a soli 1,9).
Immatricolazioni e lauree STEM
Nell’anno accademico 2021/22, l’incidenza degli immatricolati a corsi universitari sulla popolazione di riferimento dei 19enni è cresciuta di 10 punti percentuali rispetto all’anno accademico 2011/12, arrivando al 56%, con una quota di donne stabile intorno al 55 per cento. Circa il 30 per cento delle immatricolazioni è presso corsi con orientamento STEM. Nel 2020 i laureati in discipline STEM rappresentano il 16,5 per mille (1,9 punti sotto la media UE a 27).